Paolozzi a Manfredi: “Napoli sia capitale del South-working”

Napoli può diventare la capitale europea del south-working e meta ambita per tutti i lavoratori in smart d’Europa? Secondo Mariano Paolozzi, candidato al consiglio comunale nella lista’ Manfredi Sindaco’, sì. “La sfida è ambiziosa e complessa, ma realizzabile ed originale. Il programma di Gaetano Manfredi è aperto, Sergio Locoratolo con grande lungimiranza ha scelto di aprirlo a tutti. Quindi abbiamo deciso di fornire il nostro contributo. Abbiamo scritto un breve documento e raccolto 100 firme a supporto, sicuri che Gaetano saprà accoglierlo”, spiega Paolozzi. Oltre a Paolozzi tra i promotori della proposta ci sono altri candidati come la pediatra Stefania Russo, l’avvocato Francesco Avolio, l’editore Giovanni Musella, gli studenti Davide Ramondini e Luigi Renis. I firmatari sono trasversali a tutte le professioni, per la maggioranza giovani. Spiccano, tra gli altri, i nomi di Luca Signorini, primo violoncello del San Carlo, Antonio Colantuoni, ordinario alla facoltà di Medicina della Federico II, l’artista Paco Falco.

 

 DOCUMENTO

NAPOLI HUB EUROPEO DEL SOUTH-WORKING, CAPITALE DEL LAVORO

TRE OBIETTIVI:

1)      Trattenere a Napoli i giovani costretti ad emigrare

2)      Far tornare a Napoli tutti quei lavoratori napoletani sparsi in giro per il Nord e l’Europa

3)      Trasformare Napoli in una meta ambita per i lavoratori in smart di tutta Europa, al pari delle grandi città e metropoli del mondo.

 

Napoli capitale del South-working? Perché no, Quello che può sembrare uno slogan è invece un’enorme opportunità da tradurre in scelta strategica. Napoli può ambire a diventare il più grande aggregatore di lavoratori in smart-working d’Europa? Secondo noi sì. È un tema che, senza pretese, offriamo a Gaetano Manfredi, il candidato a sindaco che abbiamo scelto di sostenere. La sfida di Gaetano e di Napoli deve andare oltre l’impegno del trattenere dei giovani che emigrano ‘in cerca di fortuna’. Una città che ambisce ad avere un nuovo ruolo internazionale deve darsi orizzonti più ampi.

Con la pandemia il mondo intero è finito in lavoro da remoto. Entro i prossimi 5-10 anni il cosiddetto ‘lavoro agile’ sarà probabilmente maggioritario. Grandi multinazionali come la Bayer e i colossi della Silicon Valley hanno già imboccato questa strada, lo stesso sta avvenendo in Italia e nell’Eurozona. Le problematiche, complesse, legate al lavoro da remoto saranno oggetto di riflessione di partiti, sindacati, imprese ma è innegabile che il futuro sarà caratterizzato dallo smart-working. Fatta questa necessaria premessa, torniamo alla proposta.

Chi emigra lo fa perché qui non ci sono opportunità. Ma se il luogo di lavoro non sarà più un determinato luogo geografico, c’è uno spazio infinito che Napoli può e deve occupare come stanno già facendo altre città. E’ un’opportunità non solo utile a fermare l’emigrazione dei giovani che desertifica il Sud ma anche per chiamare a raccolta all’ombra del Vesuvio centinaia di migliaia di lavoratori da ogni punto del pianeta. Il South-working può favorire la coesione economica, sociale e territoriale, ridurre il divario tra territori con differenti livelli di sviluppo. Contrasta piani di delocalizzazione forzata.

Un modello di riferimento potrebbe essere l’esperienza virtuosa dell’associazione ‘South working-Lavorare al Sud’ di Palermo, che promuove percorsi di formazione per i ‘South Worker’ finalizzati, tra l’altro, al mantenimento di un sano equilibrio tra vita privata e lavoro, condizioni di lavoro ottimali e alti standard di produttività non più associati alla presenza in sede.

NAPOLI CHE CAMBIA

Come trasformare Napoli in questo grande hub? Le potenzialità geografiche, culturali, architettoniche e climatiche ci sono tutte. Luigi Vicinanza, in un originale editoriale, ha addirittura lanciato l’ipotesi di una ‘Vesuvio Valley’ della tecnologia. Una proposta che va nella giusta direzione. Bisognerà dotare la città e la sua provincia, ovviamente, delle giuste infrastrutture e di adeguati servizi pubblici.

CO-WORKING

Sarà di fondamentale importanza stimolare lo sviluppo di spazi urbani idonei al coworking, in cui tenere insieme la dimensione lavorativa e sociale. I coworking sono intesi come presidi di comunità, in cui il confronto,  la partecipazione attiva, la collaborazione intergenerazionale, la cura della comunità locale assumono un valore centrale per superare la dimensione liquida che destruttura e indebolisce il lavoratore. Questi spazi potrebbero finalmente restituire dignità ad un patrimonio immobiliare svilito negli ultimi 10 anni, un volano di sviluppo per i quartieri periferici ed anche le città dell’Area Metropolitana partenopea.

Il south-working poggia su due premesse che Napoli possiede: una forte emigrazione da arginare e potenzialità in termini di qualità della vita per ragioni climatiche e geografiche. Quelle che un tempo Giustino Fortunato indicava come limiti oggi potrebbero trasformarsi in opportunità.

POLITICA

La nostra è dunque una proposta politica prima che amministrativa, che poggia sul cambiamento in corso della società indotto dalle opportunità offerte da tecnologia e digitalizzazione. La tecnologia non è buona né cattiva, è la politica che deve governarla e trasformarla in una risorsa equa e inclusiva per tutti. Per farlo è necessario che i servizi funzionino: dalla banda larga per finire con i trasporti, come ha fatto notare Ennio Cascetta su Repubblica (suggeriamo per qualche idea in merito il volume di Roberto Calise ‘La metropolitana Europea’, con prefazione di Cascetta).

CORAGGIO

Il tema del south-working potrebbe essere centrale, pur nella consapevolezza dei rischi che comporta e che vanno affrontati innanzitutto dai corpi intermedi. Dopo le elezioni organizzeremo un grande dibattito su questo tema, invitando chi nel Sud e non solo ha già avviato esperienze simili. Con fantasia e serietà possiamo provare a immaginare, tutti insieme, una città normale e straordinaria.

 

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